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Itinerario "Le More" - Spongano

Itinerario 4: “Le More

Codice segnaletica (E1)

Info: www.pernatur.org

(Soc. Coop. Ulisside, C.E.A. di Andrano)


Itinerario le more

Tipologia percorso

Itinerario: storico-rurale
Comune: Andrano (LE), Spongano (LE)
Lunghezza: 11,831 Km
Mezzi consigliati: bicicletta
Difficoltà: Escursionistico (E)
Consigli utili: portare con sè scarponcini comodi e giacca a vento; bicicletta in buono stato di manutenzione e camera d’aria di ricambio

Periodo migliore: tutto l’anno

 

 

Temi emergenti

1- ambiente storico: centri urbani, dolmen e menhir

2- paesaggio rurale: oliveti, muretti a secco, pajare, masserie

3 - paesaggio naturale: flora e fauna

4 - idrogeologia

Offerta pacchetto:

- andata e ritorno in mountain-bike o bici da passeggio

- biciclette munite di seggiolino per bimbi

- colazione al sacco

- materiale informativo sull’itinerario

Attività: ciclo-trekking, fotografia, approfondimento culturale.


Organizzazione logistica dell’itinerario:

- partenza in mountain-bike da Piazza Vittoria di Spongano (LE);

- la prima parte del tragitto prevede un circuito tra le strade del paese che ha come tappa fondamentale il Castello “Barone Bacile di Castiglione”, la Chiesa di S. Giorgio, la Torre dell’orologio e alcuni menhir inglobati ormai nel contesto urbano;

- successivamente si procede in direzione “Calvario” imboccando via Monte Grappa;

- attraversato il passaggio a livello si prosegue per circa 500m lungo la vicinale “li Parchi” sino a scorgere sulla destra la prima pajara ed effettuare la prima sosta in località “Le More”;

- in seguito si riprende il tragitto che ha come costante prevalente gli uliveti, molti dei quali biologici, ed un paesaggio rurale caratterizzato da muretti a secco e pajare;

- dopo aver percorso circa 4Km dalla prima sosta, il paesaggio esce dall’ombra degli uliveti e si apre sul versante erboso dei pascoli di Stipa (Stipa capensis);

- si scende lungo la piccola serra e si arriva così alla “Masseria Grande”che ha di fronte a sé, a circa 200m di distanza anche la “Masseria Piccola” entrambe da visitare ;

- il ritorno prevede oltre alla colazione al sacco la sosta sulla strada vicinale “Pastine” al “Casino” e poco più avanti al Dolmen che si trova nel fondo denominato “Piedi grandi”, il quale ancora oggi è oggetto di studio.



1- ambiente storico
La piazza è un luogo di incontro, di scambio, di relax e di partenza verso nuove esperienze, è il fulcro di ogni comunità: a Spongano porta il nome della sua Santa Protettrice, Santa Vittoria. Tra via del Carmine e Piazza Vittoria, troviamo la “Torre dell’orologio” con un piccolo campanile, un orologio pubblico sormontato dallo stemma di Spongano e una nicchia con la statua della Immacolata. Essa aveva, all’inizio, funzione di Sedile, luogo in cui si riunivano i notabili del Paese per discutere e deliberare; poi, ha avuto la funzione di Palazzo Podestarile, attualmente sede della Pro Loco. Spongano dipende dalla Contea di Castro sino al 1806. La mancata presenza sul territorio di castelli feudali e la storia degli ultimi cinquecento anni, determinata dalle sorti del Casato dei Barone Bacile, fanno pensare che il feudo di Spongano appartenga al baronaggio di Castiglione. Un segno tangibile di questa situazione è il palazzo, che sino alla seconda metà del ‘500 è un castello, poi un fortilizio tipico dei feudatari dell’epoca, contrassegnata da una grave crisi agraria e da un forte calo demografico. A differenza di altri nobili dell’epoca che subiscono questa crisi, i Bacile di Castiglione sanno affrontarla facendo affidamento sulla produttività dei loro sconfinati possedimenti trasformando e commercializzando in proprio i loro prodotti agricoli.
Procedendo per via Chiesa si giunge dapprima nella zona “Sterne Nove”, sede di antichi serbatoi di acqua piovana per uso civico, e successivamente alla Chiesa parrocchiale di san Giorgio. Quest’ultima viene edificata nella seconda metà del ‘700 dopo aver abbattuto la vecchia chiesa.
Sbrogliando la complicata matassa del tempo ci si rende conto che la storia di questo territorio è ben insediata negli anni. Essi vanno al di là dei documenti o delle effigi di edificazioni sei o settecentesche, ma improvvisamente arrivano a ricoprire un periodo che giunge all’età del bronzo con costruzioni megalitiche ancora oggi ricche di misteri. Il loro messaggio è una relazione radicata nel tempo e nello spazio con una terra che è stata la sua madre, e che quasi cerca di nascondere e difendere l’ultimo baluardo di un rapporto ormai quasi scomparso.

2- paesaggio rurale

Percorrendo le strade vicinali, si comprende come la civiltà contadina di un tempo fosse rispettosa degli spazi, delle piante, del suolo, e delle stesse rocce calcaree che affioravano nel fondo impedendo lo sfruttamento del centimetro di terreno coltivabile. Questi “sassi” infatti erano l’unico materiale su cui contare per la costruzione di strutture, adibite a deposito degli attrezzi e in molti casi a dimore temporanee (pajare) e per la realizzazione dell’intricato sistema di muretti a secco che delimitano e proteggono gli innumerevoli piccoli e grandi appezzamenti. Al loro interno, l’aspetto più tipico del paesaggio salentino: gli oliveti.
Una verde distesa che copre l’intero Salento da un versante all’altro, assumendo in certe zone un carattere di monocoltura. Questa pianta così adattabile e affascinante cresce dappertutto, nella terra più fertile e nelle rocce; un detto popolare afferma che l’olivo, per vivere bene, ha bisogno di cinque indispensabili “s”: silenzio, siccità, solitudine, sole e sassi.

Notevoli per la loro struttura possente, importanti per la dote dei terreni circostanti, nel tempo le torri hanno ospitato numerose famiglie di “massari”, e rappresentano un classico esempio di come l’architettura rurale assume un nuovo significato grazie all’introduzione dell’elemento decorativo. Viene così a stabilirsi quel rapporto città-campagna che, incoraggiato forse da una maggiore vivacità delle attività agricole trova nell’architettura il suo punto di riferimento.
Proprio l’elemento decorativo del parapetto impreziosisce l’edificio-torre della masseria Grande, e ne alleggerisce l’aspetto massiccio. Oltre alle masseria sul territorio è dislocata un’altra struttura, conosciuta un tempo come “Casino de le monache”, poi “Casino Mattia”, adesso semplicemente “Casino”; termine contratto che sta per Casalino nella sua accezione comune: piccola casa signorile di campagna.


3- paesaggio naturale

L’area è priva di vegetazione rilevante; tuttavia nei terreni ormai non più coltivati, si rinvengono nuclei di vegetazione che riprendono il loro spazio. Per il resto bisogna prestare attenzione alla flora e alla fauna dei muretti a secco e dei ruderi per trovare elementi di naturalità più spiccata. Così nell’infinito mosaico di piccole e grandi pietre è possibile scorgere oltre alle sortite curiose e fugaci della lucertola comune (Podarcis sicula) o a quelle più timide del ramarro (Lacerta bilineata) e del biacco (Hierophis viridiflavus). Ospite abituale delle vecchie dimore in abbandono è infine il geco, tanto temuto quanto innocuo e anche utile rettile della nostra fauna. Anche un notevole numero di specie vegetali trova rifugio nei muretti e sui muri diroccati della masserie.

Possiamo allora ammirare specie lianose come la bellissima clematide cirrosa, la rosa di S. Giovanni, con le sue fioriture effimere ma esplosive, la salsapariglia (Smilax aspera) con le sue decorative bacche rosse e il comunissimo rovo (Rubus ulmifolius) Altre belle piante come l’ombelico di venere o la borragine, essendo piante succulente, capaci di trattenere nei loro tessuti la quantità di acqua necessaria, possono vivere anche nelle poverissime cavità delle singole pietre che costituiscono il muro. In questo caso il muretto a secco è un ambiente molto selettivo e quindi solo alcune specie, particolarmente adattate, riescono a colonizzarlo; tra queste, una piccola felce, la cedracca (Ceterach officinarum), nota anche come spaccapietre, merita di essere citata in quanto occupa un habitat inconsueto per la maggior parte delle felci.


4- idrogeologia

Come molti paesi del Salento, anche del nome Spongano non si conosce con certezza la derivazione. Alcuni però lo fanno risalire a Spongia, spugna, per la capacità di assorbimento dell’acqua che avrebbe il terreno tutt’intorno a Spongano. In effetti il sottosuolo sponganese è molto compatto ed impermeabile, costituito com’è da sabbione calcarenitico che impedisce l’assorbimento delle acque. Accadeva quindi che durante le piogge annuali ed invernali il paese diventasse una grande pozzanghera. Le acque che riuscivano a defluire dall’abitato si raccoglievano nelle zone più depresse, trasformandole in paludi. Di questo fenomeno è testimone la toponomastica rurale di Spongano coi toponimi “Lacco russo”, “Lacco grande”, “Laccotello”, “Lacquaru”, ecc. Ciononostante il terreno è caratterizzato dalla presenza cospicua di inghiottitoi, ne sono esempio la zona “le Fogge”, le “Ore” (vore), nelle quali defluisce le grandi raccolte d’acqua. Questo equilibrio naturale sembra abbia ispirato l’autore dell’antico stemma di Spongano, che riassumeva i due aspetti del fenomeno: una canna rappresentante le paludi e due spugne a simboleggiare la capacità del terreno di assorbire acqua.