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Itinerario "Terramare"

Itinerario 6: “Terramare

Codice segnaletica (F1)

Info: www.pernatur.org

(Soc. Coop. Ulisside, C.E.A. di Andrano)


Tipologia percorso
Itinerario: storico-paesaggistico
Comune: Andrano (LE), Diso (LE), Castro (LE), Santa Cesarea Terme (LE), Spongano (LE)
Lunghezza: 56,337 Km
Mezzi consigliati: bicicletta
Difficoltà: Escursionistico Esperto (EE)
Consigli utili: portare con sè scarponcini comodi e giacca a vento; bicicletta in buono stato di manutenzione e camera d’aria di ricambio
Periodo migliore: marzo-maggio, settembre-ottobre

Temi emergenti

1 - paesaggio naturale: nuclei boschivi, falesie costiere con vegetazione rupicole

2- paesaggio rurale: oliveti terrazzati, muretti a secco, pajare, masserie

3- flora: piante endemiche del Salento

4- geologia e geomorfologia: il paesaggio del passato

5- ambiente storico: centri urbani, torri di avvistamento, testimonianze messapiche e romane

Offerta pacchetto:

- andata e ritorno in mountain-bike

- biciclette munite di seggiolino per bimbi

- colazione al sacco

- materiale informativo sull’itinerario

Attività: ciclo-trekking, fotografia, approfondimento culturale

Organizzazione logistica dell’itinerario:

- partenza in mountain-bike dal Castello Spinola-Caracciolo di Andrano (LE);

- si attraversa il centro storico di Andrano e si imbocca la strada provinciale Andrano-Castiglione per immetterci poi, a sx, in una strada vicinale che giunge direttamente a Castiglione. Il paese era sede di un antico Baronaggio, quello dei Bacile di Castiglione, e comprendeva un feudo un tempo molto ampio e congiunto a quello di Spongano. La vivacità e laboriosità di quel periodo si nota dalla connotazione del paesaggio rurale, fatto di uliveti, muretti a secco, pajare, dimore signorili di campagna, masserie fortificate;

- dopo aver attraversato il bel centro storico di Diso si prende una stradina di campagna che, lambisce la periferia di Vignacastrisi, si giunge al cimitero del paese e da qui si prende la strada secondaria per Vitigliano; questo piccolo borgo, frazione di Santa Cesarea Terme, permette di proseguire il particolare percorso nei centri storici e, nello stesso tempo di ammirare emergenze storiche e preistoriche di notevole interesse come un menhir ed il cosiddetto “Cisternale”. La presenza, in una cava a cielo aperto, di resti fossili di Rudiste, appena fuori dal paese suggerisce un’altra sosta. Dalla cava, sempre tra le campagne, la strada porta a Cerfignano;

- giunti a Cerfignano, si procede lungo una strada di età romana, la via Appia Calabro-Sallentina, che presenta lunghi tratti intatti di lastricato e chiari segni della frequentazione dei carri che nel loro passaggio tracciavano solchi profondi oggi ben distinguibili. e che ci fa giungere a Torre Minervino. Qui la vista si apre finalmente verso il mare. Il panorama è offerto attraverso il balcone naturale delle falesie, una vera costante del Parco Naturale Regionale “Costa Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase”, importante stazione di piante rupestri endemiche ed in via di estinzione;

- la strada litoranea, che verrà percorsa da questo punto sino alla Grotta Verde in Marina di Andrano, asseconda l’andamento geomorfologico di questo tratto costiero. Lungo questi 15 Km si attraverseranno in sequenza i centri abitati di Santa Cesarea Terme con la spettacolare cornice offerta dalle antiche cave prospicienti il mare di località Archi e le falesie attive di Porto Miggiano;

- giunti a Castro la sosta è prevista al Parco delle Querce, lembo relitto dell’antica foresta medioevale;

- da qui, dopo aver attraversato le Marine di Diso (le località Acquaviva ed Arenosa), si giunge alla Grotta Verde (Marina di Andrano);

- l’itinerario termina nel suo punto di partenza: il Castello Spinola-Caracciolo di Andrano visitando la Cappella della Madonna dell’Attarico prima di immettersi nella strada provinciale del Mito Tricase-Andrano.

1- paesaggio naturale

La costa rocciosa, soprattutto quando prende la forma di alte falesie a picco sul mare, è uno degli ambienti meglio conservati del territorio salentino e rappresenta l’habitat naturale di alcune specie della flora e della fauna rare, endemiche o di grande interesse biogeografico.

L’aspetto brullo dei banchi di calcare scolpiti dal carsismo e colmati dai depositi di terra rossa, un’interessante vegetazione spontanea che si concentra per rarità e bellezza sulla roccia a strapiombo sul mare e le numerosissime grotte di interesse archeologico, speleologico e biologico hanno contribuito a connotare questa fascia costiera come meritevole di particolare norme di tutela fino a giungere alla legge di istituzione del Parco Naturale Regionale “Costa Otranto-S.M. di Leuca”.

Di particolare rilievo sono i popolamenti substeppici a Cymbopogon hirtus (Barboncino mediterraneo) rientranti nella classe fitosociologica Thero-Brachypodietea habitat prioritario della direttiva 92/43 della Comunità Europea (Direttiva Habitat).

Altra tipologia è quella della pseudosteppa a Stipa capensis e dei vecchi pascoli aridi, continuamente incendiati, con le tipiche graminacee annuali o bienni (Stipa capensis, Andropogon distachyus, Aegilops sp. pl. ecc..)

Alle graminacee citate si accompagnano specie bulbose o rizomatose (Urginea maritima, Asphodelus microcarpus, Iris pseudopumila) oltre ad un nutrito elenco di orchidacee dei generi Serapias, Ophris, Orchis, Spiranthes, Anacamptis ecc.

Intercalate tra gli ambienti con vegetazione di tipo erbaceo vi sono zone che esprimono aspetti interessanti di bassa gariga con Thymus capitatus, Satureia cuneifolia, Phlomis fruticosa, Euphorbia spinosa.

Piccoli nuclei di Leccio (Quercus ilex) sono presenti lungo i confini poderali così come sparuti esemplari di querce caducifoglie come Quercus virgiliana e Quercus dalechampii e formazioni a volte consistenti di Quercia spinosa (Q. calliprinos)
Vere formazioni boschive sono presenti a Santa Cesarea con una estesa pineta a Pinus halepensis che avvolge scenograficamente i tornanti più ripidi della litoranea,

Particolarmente interessante è la vegetazione che occupa la linea delle falesie rocciose di calcare compatto; si tratta della vegetazione casmofitica (associazioni vegetali che vivono tra gli anfratti rocciosi). Le specie più interessanti sono segnalate nella sezione successiva dedicata alla flora.

Quanto alla fauna,limitandosi a segnalare le presenze di vertebrati che abitano gli ambienti della rete dei sentieri, sono da mettere in rilevo le possibilità di facile osservazione di rapaci e rettili nella stagione primaverile.

2- paesaggio rurale

I “sistemi rurali” sono estremamente vari e diversificati, in virtù delle molteplicità di situazioni, sociali, economiche ed ambientali. Pajare, labirinti di muretti a secco, mantagnate ed altri manufatti dell’architettura rupestre disegnano un paesaggio arcaico che ancora resiste. Insieme a questi, vecchi oliveti terrazzati sono ciò che rimane di una cultura contadina ormai passata. Oltre l’immenso paesaggio dell’olivo è ancora possibile scorgere altri paesaggi, frammenti relitti di antiche colture. È il caso del Fico d’India, oggi anche abbastanza inselvatichito nei terrazzamenti di vecchia coltura tra Santa Cesarea Terme e Castro e nei pressi della Grotta Verde nella Marina di Andrano; ma ancora più evidente è il caso del Fico.

Nonostante il crollo della coltivazione si può ancora parlare di un “Paesaggio del Fico”. Esempi rappresentativi sono costituiti dai piccolissimi fazzoletti di terra, sulla costa rocciosa oggi divenuti, nella maggior parte, giardini di pertinenza delle residenze estive; degradano in geometrici terrazzamenti dalla litoranea al mare. Stupendi muretti a secco disegnano il contorno di terre strappate alla roccia. Qui, di fronte al vento carico di umidità e salsedine (morbu lo chiamano i cittadini di Marittima quando d’inverno se lo vedono salire in paese), il fico è ancora parte di un suo vecchio paesaggio sia pur frammentato dalle tante costruzioni e dal “nuovo verde” di discutibile ornamento. Prevalgono varietà da essiccare come la “Rizzeddha”, o da consumo fresco come le varietà “San Giovanni” dai grossi fioroni già pronti nella prima quindicina di giugno, “Culummo nero” dai siconi violacei squisiti e succosi e la “Albanegra” uno dei tanti sinonimi con cui questa varietà viene indicata anche a pochi chilometri di distanza e cioè “Casciteddha” a Tricase o Montesano, “Monaca” a Diso, “Calimera” a Cerfignano. Fichi spesso consociati all’olivo, la vite, il fico d’India e le immancabili cascate di capperi che nel pieno della calura estiva esibiscono il verde lussureggiante delle foglie carnose ed il bianco esplosivo dei fiori. Tra questi terrazzamenti è ancora possibile vedere porzioni di terreni così curati da sembrare d’altri tempi, quando solo la manualità delle lavorazioni poteva garantire la presenza di piante “utili” in questi posti poveri ed impervi.

3- flora

In questo ambiente, sono localizzate le specie vegetali di maggiore interesse conservazionistico dell’intero territorio salentino. Specie del Libro Rosso delle piante d’Italia, specie anfiadriatiche (presenti solo qui e sulla sponda opposta albanese) o con particolare e limitato areale di distribuzione (endemiche). Tra queste, degne di nota sono alcune essenze della flora rupicola quali: Campanula versicolor, Carum multiflorum, Scrophularia lucida, Umbilicus chloranthus, Aurinia leucadea, Asineuma limonifolia, Dyanthus japigicus.

Il sito di Torre Minervino, in particolare, può essere considerato un vero santuario della flora pugliese; in un’area di poche centinaia di metri quadri è possibile osservare, fotografare, ammirare tutte le specie citate, nel loro ambiente naturale, immerse in un paesaggio mozzafiato che, a buon diritto, può essere considerato tra i più belli della Regione.

Lungo gran parte del percorso è di particolare suggestione la vista dei vecchi pascoli con l’esplosione settembrina della Scilla marina (Urginea maritima) che svetta, con le sue candide fioriture, tra l’erba secca e la roccia affiorante delle terre brulle dopo l’estate.

4- geologia e geomorfologia

Il tratto costiero che da Otranto giunge a S.M. di Leuca è contraddistinto da un’architettura stratigrafica assai particolare dovuta al fatto che diversi sistemi carbonatici, di età compresa tra il Cretaceo Superiore e il Quaternario, sono disposti lateralmente e variamente “incastrati” l’uno rispetto all’altro. Le varie formazioni, in alcuni punti rimaste inalterate con spessori considerevoli, rendono possibile una riflessione sulla fauna esistente e quindi una ricostruzione paleoambientale lungo tutto un arco di tempo che da 60 Milioni di anni fa giunge sino ai giorni nostri: la piattaforma carbonatica con i bellissimi esemplari di rudiste che si sono estinte insieme ai dinosauri, la barriera corallina e la sua laguna, le spiagge relitte; e ancora, la presenza con chiarezza e densità non comune di tutta una serie di evidenze dei fenomeni che hanno modellato e modellano il paesaggio in connessione a diverse posizioni del livello marino: gradinate di terrazzi marini, paleofalesie e falesie attive, rias, solchi di battigia fossili, grotte carsiche e di escavazione marina, forme carsiche epigee e sorgenti sottomarine. A ciò si vanno ad aggiungere i vari riempimenti di grotta, ricchi di reperti ossiferi e di manufatti preistorici, che vanno dal Paleolitico in poi.

Le diverse suggestioni che queste forme rimandano, anche a seconda dell’ora e delle condizioni del tempo, costituiscono un primo e fondamentale livello di godimento del bene a cui si affianca il piacere di decifrare la genesi di quelle forme e di rivivere con l’immaginazione le più lontane vicende di quel paesaggio.

5- ambiente storico

Se si eccettuano gli scarsi rinvenimenti liguri, la Puglia è l’unica regione italiana in cui siano state riconosciute evidenze megalitiche riferibili alla categoria dei menhir (pietrefitte secondo la definizione adottata localmente). Si tratta di pilastri monolitici di probabile origine preistorica o protostorica, attestati anche in altre zone dell’Europa e particolarmente diffusi in ambito franco-britannico. Gli esemplari pugliesi sono a base generalmente rettangolare, raggiungono un’altezza compresa tra 1 e 5m circa ed hanno facce più o meno ben regolarizzate. La diffusione di simili monumenti appare molto più capillare nel territorio della Provincia di Lecce con circa un centinaio di attestazioni. Una gran parte degli studiosi concordano nel ritenere che questi millenari monoliti, concepiti in principio come limiti confinari e/o come simboli religiosi, siano stati progressivamente trasformati in “croci-menhir” attraverso un processo che potremmo definire di “evangelizzazione”. Altri autori, invece, si mostrano scettici sull’origine pre-protostorica dei monumenti in questione, ipotizzando anche per le strutture più semplici ed apparentemente più arcaiche una datazione non anteriore all’epoca alto-medievale. Se così fosse, il nostro percorso potrebbe vantare un connubio di elementi formidabile a partire dai quali si riuscirebbe a ricostruire un importante pezzo di storia del nostro territorio. Sono molte, infatti, le evidenze rurali tardo antiche, bizantine e tardo-medioevali distribuite lungo tutto il tracciato. Passa da qui, di fatto, una delle vie paralitoranee più antiche ed importanti del Salento. Le fonti storiche indicherebbero il “prolungamento” della via publica da Brindisi ad Otranto con il nome di Via Traiana-Calabra, o più comunemente “calabra” (dalla denominazione della regio augustea che allora ne era attraversata); mentre il percorso che dalla città idruntina descriveva il profilo dell’estrema propaggine salentina, sarebbe stata comunemente indicata come Via Sallentina.

L’itinerario toccava, infatti, i maggiori centri costieri dislocati lungo il litorale; da Otranto si raggiungevano rispettivamente le città di Castro, Vereto, Leuca (noto come promontorio iapigio), e ancora, risalendo verso NO, Ugento, Alezio, Nereto e, infine, Taranto.

L’utilizzo di questo asse viario rimase costante anche nei secoli successivi, in particolare durante la conquista da parte dei Goti nel VI d.C., e fino al XII secolo, periodo per il quale disponiamo di una delle ultime fonti itinerarie che menzionano espressamente questo percorso stradale.

Labili risultano, invece, le tracce nonché le testimonianze delle fonti classiche relative al percorso della Via Sallentina.

A partire dal XIV secolo, la costa Otranto-Leuca è stata martoriata da continue incursioni di pirati provenienti dalle regioni turche e dalle coste africane. Esse ebbero come primo effetto la desolazione nelle campagne e l’abbandono delle abitazioni lungo le coste alla ricerca di rifugi più sicuri nell’entroterra. Già al tempo degli Svevi e degli Angioini (XII secolo) pertanto, era stato realizzato un primo sistema di difesa costiero organico e uniforme. Una serie di torri di guardia fu elevata a vigilare laddove probabilmente l’insidia poteva più agevolmente annidarsi. Questo sistema difensivo risultò abbastanza efficiente essendo accompagnato da un servizio di segnalazione e di allarme con il fumo durante il giorno e con il fuoco durante la notte. Ridotto il pericolo, mutarono e diminuirono le cure, e le torri furono abbandonate al vento e alle intemperie finché non apparvero inagibili e inservibili a qualsiasi uso.

 
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