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La denuncia in uno studio dei Verdi che cita i dati dell’UNEP, il programma dell’ONU.
Troppe case e impianti balneari, sul 60% delle coste lo specchio d’acqua non si vede più

Il cemento cancella il lungomare dei baci

lungomare dei baciLa ragazza in crisi che si ritrova unita al nuovo compagno dalla magia del raggio verde, il misterioso riflesso marino descritto da Eric Rohmer. Le dune di Ostia a pochi anni dalla guerra immortalate, assieme a Marcello Mastroianni, in Una domenica d’agosto. I vitelloni raccontati da Fellini nel loro ondeggiare tra caffè, biliardi e amori sulle spiagge. Sarà bene tenerseli cari questi film, perché i paesaggi che li animano potremo goderli solo al cinema. Il lungomare come prospettiva, come sfida emozionale sta sparendo, sostituito dall’affastellarsi di caseggiati, svincoli portuali, stabilimenti irreggimentati. Abbiamo già perso due terzi del nostro affaccio al mare. La denuncia viene da uno studio dei Verdi che parte da un dato UNEP (il Programma ambiente delle Nazioni Unite): se nell’intero bacino mediterraneo il 40% delle coste è stato occupato da interventi antropici, in Italia la percentuale supera il 60%. E, all’interno di questa quota di litorale invaso, le ville antiche e i centri medioevali rappresentano la parte decisamente minoritaria. Pochi decenni di sviluppo incontrollato hanno rubato più spazio di millenni di storia.
“È stata una trasformazione urbanistica violenta, che ha cambiato anche le abitudini delle famiglie italiane”, spiega l’ex capogruppo alla Camera del Sole che ride, Angelo Bonelli. “Il lungomare non è più il luogo delle passeggiate e degli incontri: ormai è un lungomuro - afferma -. In molte città la prospettiva del mare è stata completamente cancellata dal cemento, dalle cabine, dai porti, dalle attività industriali, dalle villette. E le immagini satellitari, in notturna, confermano che il rapporto con il buio è sparito dalle nostre coste”.
Al lido di Ostia l’85% del litorale è occupato da stabilimenti. A Fregene non esiste un vero lungomare e a Torvaianica, sempre nel Lazio, 8 Km ininterrotti di edifici impediscono non solo l’accesso al mare ma anche la vista dell’acqua. In Sicilia la cancellata sulla spiaggia di Mondello ha acquistato un valore simbolico. A Maiori, nella costiera amalifitana, è sparita la spiaggia libera. A Forte dei Marmi la vista mare è impedita sul 70% del litorale. In controtendenza la Puglia e la Sardegna, con il 70% del mare visibile in molte città.
Nel complesso sono 7000 gli stabilimenti che gravano sui 7375 Km di litorali italiani. Il record spetta alla Liguria, dove su 135 Km solo 19 sono liberi. Segue l’Emilia Romagna con 80 Km su 104 occupati da stabilimenti privati (la sola provincia di Rimini su 40 Km di costa ha la bellezza di circa 700 bagni). In Campania i chilometri di spiaggia privata sono 80. Si calcola che almeno 1050 Km di spiagge siano occupate da stabilimenti. E agli stabilimenti vanno aggiunti le infrastrutture, i campeggi, i villaggi turistici, le opere abusive residenziali, gli agglomerati urbani a ridosso dell’arenile. Portando così il dato complessivo sull’occupazione delle aree demaniali marittime attorno al 60% del totale.
Una occupazione che spesso comporta la negazione del diritto all’accesso al mare. L’effetto gabbia provocato dal muro di cemento - come è stato sottolineato nel Manuale di autodifesa del bagnante redatto dai Verdi e nella denuncia del ministro-ombra dell’Ambiente, Ermete Realacci - restringe infatti l’accesso al mare facilitando la pratica illegale del pedaggio per il bagno. La norma approvata dal Parlamento nel 2006 è chiara: è fatto obbligo “ai titolari delle concessioni di consentire il libero e gratuito accesso e transito per il raggiungimento della battigia anche al fine della balneazione”. Ma gli abusi e i pagamenti imposti illecitamente restano frequenti.

di Antonio Cianciullo da La Repubblica.it del 2 agosto 2008