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La guerra del cibodi Carlotta Mismetti Capua L’indiana Vandana Shiva e l’africana Aminata Traoré combattono le stesse battaglie.
Vestiti tradizionali e un carisma fuori dall’ordinario: così queste due donne girano il mondo per difendere la loro terra, raccontando altre verità. L’una, Vandana Shiva, voce autorevole dell'India dei contadini. L’altra, Aminata Traoré, leader radicale dell'Africa di chi non ha voce. Sono due combattenti, volano da un continente all’altro come ambasciatrici contro la globalizzazione. Parlano forte e chiaro, e lo fanno in Paesi dove le donne non parlano affatto. Le loro sono battaglie diverse ma in fondo simili perché combattute con strumenti identici. Il nemico è lo stesso: i governi corrotti, le multinazionali, il WTO, l’Occidente dei monopoli e del capitalismo col turbo. Vandana Shiva è una fisica e una delle scienziate più note del suo Paese: attivista lo è diventata dopo. Si batte per la biodiversità in agricoltura, contro i semi geneticamente modificati che vengono venduti agli agricoltori indiani e che li mandano in rovina. Coordina una comunità che fa il possibile per aiutare i coltivatori dei villaggi a liberarsi dalla schiavitù della multinazionale Monsanto. Ma lavora con i governi di tanti Paesi, in Italia con Per cercare soluzioni a questi problemi macroeconomici Shiva parte dalle piccole cose. Per esempio si preoccupa del compost, il fertilizzante che viene preparato partendo dagli escrementi delle mucche. “Le donne indiane hanno sempre avuto il compito di preparare il compost per nutrire i terreni. Oggi invece le multinazionali vendono veleni: fertilizzanti che promettono miracoli. Ma che come primo risultato di fatto estromettono le donne dal lavoro nei campi. Il loro ruolo viene cancellato dalla chimica. Una chimica guerrafondaia per origine e vocazione: i fertilizzanti furono inventati in campo militare, e usati in Vietnam contro la popolazione. Fanno male alla terra, fanno male alla salute, fanno male alle donne”. Vandana è convinta che la biodiversità dell’agricoltura, i semi, i sistemi di lavorazione, gli aratri, i trattori, i campi, i vigneti, il granoturco potranno cambiare il mondo. “Certo, non è un risultato al quale si arriva senza lottare”, dice. “Credo che oggi sia in corso una nuova Guerra mondiale: quella del cibo”. Aminata Traoré è un’intellettuale, una scrittrice. Ha la bellezza imponente di molte donne africane: la voce è potente, rotta dalla rabbia spesso, qualche volta dall’emozione. Quando parla è come se stesse arringando le folle, come fosse sempre su un palcoscenico. È stata ministro della Cultura del Mali, il suo Paese natale, poi consulente economica di tantissime organizzazioni internazionali. Ha studiato psicologia a Parigi, ha scritto molti libri denuncia, tutti tradotti nelle varie lingue europee, italiano compreso. Ha anche inventato e creato il Forum sociale africano, ed è stato un successo: si è tenuto, nella prima edizione, a Bamako, prima di sbarcare quest’anno a Nairobi. “Un'altra Africa è possibile” era lo slogan delle duemila persone che vi si sono ritrovate. Lo scopo era quello di parlare, conoscere e dare obiettivi comuni agli attivisti sociali africani. Le battaglie che li hanno uniti sono state quelle contro la povertà assoluta, la corruzione, l’assenza di sicurezza sociale, le politiche per l’Aids. “Ma soprattutto abbiamo dato al mondo un’immagine diversa dell’Africa, un’Africa pronta a combattere e a difendersi”, racconta, sistemandosi ogni tanto il turbante che porta come una corona. “Abbiamo bisogno di costruire una politica diversa, libera, che parta dal basso”, sostiene. “In Africa non abbiamo la possibilità di spiegare, di far comprendere alla gente cosa succede e perché. Le cose accadono senza che se ne conosca il motivo. È questa la cosa più terribile”. Vandana Shiva è una scienziata che ha deciso di fare politica, Aminata è un’intellettuale dalle teorie estreme: “Oggi il pianeta vive le stesse difficoltà, ovunque: la sofferenza di un giovane africano non è così diversa, né lontana, da quella di un giovane italiano. Forse è utopico pensare che il Terzo mondo salverà i primi due”, dice, “ma quel che è certo è che la soluzione, la strada per la salvezza del pianeta, non arriveranno da chi comanda ora. Io ho diritto alla mia utopia, ovvero che l’Africa possa indicare a ogni Paese la via di salvezza da questo mondo così tormentato. Penso all’Africa delle relazioni umane, pacifiche, solidali, semplici: se il continente da cui provengo non è precipitato nel caos più totale è proprio grazie a questi legami deboli ma costanti tra la gente”. Nel libro L’immaginario violato (Ponte alle Grazie) Aminata Traoré ha esposto chiaramente le sue teorie. E, prima di tutto ha sottolineato che l’Africa, per le violazioni dei colonizzatori che ha dovuto subire, non ha imparato a pensarsi. A immaginare un futuro per se stessa, senza colonizzatori. Perché, secondo Dal numero 567 de “
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riunione dei soci fissata per mercoledi 01 ottobre ore 15,30 presso Museo Naturalistico in località Acquaviva ( Marittima)