L'orto me lo faccio da solo
Con la crisi economica e i timori per la sicurezza dei cibi è boom in Italia degli orti fai da te con un numero crescente di appassionati che coltivano frutta, ortaggi o piante aromatiche da portare in tavola, come misura antistress, per passione e anche per risparmiare.
Secondo la Coldiretti alla tradizionale sistemazione del giardino o alla cura dei vasi di fiori in terrazza si sono aggiunte attività ben più creative, con milioni di italiani che scelgono di impegnarsi nella cura dei frutti della terra da offrire con orgoglio a familiari e amici.
Gli orti anticrisi sui tetti di New York
Era diventato un fenomeno in via d’estinzione: anziani immigrati italiani, messicani e greci che nel giardinetto dietro casa coltivavano pomodori, basilico, meloni, cipolle e insalata. I figli e i nipoti la consideravano una fissazione dettata dalla nostalgia. Poi il mondo e l’America hanno fatto una virata improvvisa e quei romantici vecchietti sono diventati l’avanguardia di una nuova tendenza: l’orto urbano. Figlia dei prezzi che salgono, delle paure per i pomodori con la salmonella che non si sa da dove arrivino, del caro petrolio, della voglia di respirare, di creare verde, di mangiare sano e della reazione alle paure per il cambiamento climatico, è nata la fattoria metropolitana. Non è più grande di cinquanta metri quadrati, occupa lo spazio dove un tempo si teneva il canestro alle spalle di casa e si è diffusa nei quartieri di New York, San Francisco, Boston, Philadelphia, Detroit, Oakland e Los Angeles. Il fenomeno dell’orto urbano è talmente esploso nel 2008 che la Burpee Seeds, la più grande azienda americana di sementi, ha venduto il doppio di semi rispetto all’anno scorso. La Garden Writers Association, organizzazione nata 60 anni fa che raccoglie tutti gli esperti che scrivono e insegnano giardinaggio, botanica e orticoltura, pubblica ogni primavera una ricerca su come gli americani usano il giardino dietro casa. Tradizionalmente la classifica indicava al primo posto il prato, al secondo i fiori e al terzo le piante da giardino. Quest’anno gli orti sono schizzati al secondo posto, dopo i giardini ma prima di piante e fiori. Il 39% degli intervistati in aprile ha detto che quest’anno aveva deciso di coltivare ortaggi nel proprio cortile. In tutti gli Stati Uniti i corsi estivi di giardinaggio sono esauriti da mesi e si moltiplicano le associazioni che forniscono assistenza a chi ha deciso di inventarsi agricoltore tra i grattacieli. Ci sono pubblicazioni su internet come City Farmer News e a San Francisco c’è una società che si chiama MyFarm che ti costruisce l’orto e te lo mantiene: il costo del servizio sembra sia leggermente inferiore al valore della verdura che viene prodotta, non è particolarmente conveniente ma c’è la soddisfazione del fatto in casa.
In generale non è però un fenomeno elitario ma al contrario una tendenza che investe gli strati meno ricchi della città, dove i redditi sono più bassi e dove l’obesità e la cronica mancanza di verdura nelle diete è più sentita. Gli agricoltori da città vivono a Brooklyn, nel Queens, nel Bronx e in New Jersey; a Manhattan sui tetti l’orto lo fanno gli architetti, i designer o i produttori cinematografici, per ragioni estetiche o perché è molto chic, ma questa volta la tendenza non l’hanno inventata loro. Molti orti raccontano le etnie della città: i latini crescono peperoncini piccanti, cilantro, zucchine, la comunità asiatica spinaci, verze e cavoli, una famiglia di giamaicani di Brooklyn, i Wilks, ha piantato perfino la canna da zucchero e trionfano le cipolle, i pomodori e i peperoni. Brooklyn, che nell’Ottocento era il granaio e l’orto di New York, è tornato a produrre verdura: Denniston e Marlene Wilks hanno raccontato al New York Times che lo scorso anno non solo hanno messo in tavola i loro prodotti ma sono anche riusciti a guadagnare tremila dollari al mercato gestito dalla comunità “East New York Farms”. Qualcuno ricorda che durante la Seconda Guerra Mondiale gli americani con spirito patriottico producevano il 40% degli ortaggi dietro casa nei cosiddetti “Giardini della Vittoria”. Oggi i nemici sono i prezzi, lo squallore delle periferie e il degrado ambientale. Per questo le comunità cercano di recuperare gli angoli abbandonati dei quartieri e li bonificano creando orti comunitari attorno a cui ricreare un pò di socialità. Le colture nascono dove prima c’erano rottami e sporcizia: le discariche a cielo aperto che erano ovunque in città vengono ripulite, circondate da una cancellata e si inizia a coltivarli. I terreni non sono certo dei più sani, gli spazi verdi ricavati tra i palazzi, nelle aree abbandonate rischiano di essere inquinati dai residui e dai metalli, ma certo è un modo per la metropoli di disintossicarsi. Nel Bronx, Karen Washington, una fisioterapista, è riuscita a costruire una coalizione di bio-coltivatori metropolitani chiamata “ La Famiglia verde”, la città e il sindaco li sponsorizzano, con un programma del Dipartimento dei Parchi che si chiama “Pollice verde”, che aiuta le associazioni e le comunità a recuperare i terreni e a bonificarli.
Michael Pollan, professore di giornalismo all’Università di Berkeley e autore del libro-culto “Il dilemma dell’onnivoro” - appena pubblicato in Italia da Adelphi - con cui ha lanciato l’allarme sull’insostenibilità del modello di produzione del cibo americano, è tra i sostenitori dell’orto cittadino e sul New York Times Magazine ha lanciato il “manifesto” degli agricoltori metropolitani. “Se avete un cortile - ha scritto - togliete l’erba, se non ce l’avete o vivete in un grattacielo cercatevi un pezzetto di terra in un giardino comunitario. Rispetto al problema che abbiamo davanti, piantare un orto sembra una cosa piccola e insignificante ma in realtà è una delle cose più importanti e decisive che un individuo può fare per ridurre la quota personale di inquinamento ma soprattutto per diminuire il senso di dipendenza dall’industria del cibo e per cambiare il nostro modo di pensare i risparmi energetici” Nell’pper West Side, all’incrocio tra West End Avenue e la 74esima strada, c’ una strana costruzione degli Anni Settanta che ha la forma di un vecchio televisore, ospita la Calhoun School, 750 studenti dall’silo al liceo. Sul tetto hanno piantato il loro orto, con finalità educative ma anche per rifornire la mensa della scuola. A Brooklyn hanno fatto le cose ancora più in grande trasformando un vecchio campo giochi nella Red Hook Community, una fattoria urbana di 12mila metri quadrati dove studenti delle scuole superiori si alternano nel coltivare rucola, pomodori e verza che sono stati venduti a tre ristoranti della zona e in due mercati rionali. E come in tutte le fattorie che si rispettino, anche attorno agli orti metropolitani stanno spuntando gli animali da cortile: polli, galline, conigli, tacchini, oche e perfino le arnie con le api per fare il miele. A Manhattan, come ha raccontato il New Yorker lo scorso autunno, c’è un uomo specializzato nella cura degli alveari: si chiama David Graves e da un’arnia nell’Upper West Side è riuscito a ricavare ben 70 chili di miele. Nel farmers market della domenica su Columbus Avenue un banchetto vende miele, pappa reale, saponi fatti dalle api di Manhattan. Ma questo è un fenomeno folcloristico, mentre la storia dei polli sta prendendo davvero piede a New York, soprattutto nel Bronx, e dall’altra parte degli Stati Uniti a San Francisco. La gente li alleva per avere le uova fresche ogni giorno, perché rompono la routine della metropoli, e per i bambini c’è perfino un bimestrale sul pollame da cortile di casa. Ogni città ha le sue regole, ma quasi ovunque la legge dice che si possono tenere tre adulti di una stessa specie per un massimo di quattro animali (la regola era fatta pensando a cani e gatti) e non ci sono divieti per pollame e piccoli animali da cortile, mentre bisogna chiedere permessi speciali per asini, muli, mucche e capre. Anche per i galli non è necessario un permesso, ma alla terza mattina che canta l’alba i vicini sono liberi di chiamare la polizia municipale, che per regolamento è tenuta a sequestrare qualunque cosa produca disturbo della quiete pubblica.
di Mario Calabresi da La Repubblica.it
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