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Negli oceani tornano le balene

A lungo a rischio estinzione, i grandi cetacei hanno ripreso a popolare i mari. L’Unione per la conservazione della natura: ancora in pericolo le specie piccole

Dalla caccia al whale-watching
e negli oceani tornano le balene

balenaAnche tra gli animali chi è più simpatico, estroverso, giocherellone finisce per ricevere più attenzioni e passarsela meglio. Così, se in generale i cetacei inseriti nella lista rossa delle specie in pericolo di estinzione continuano a essere numerosi, le balene megattere sono riuscite a entrare nel novero delle specie vulnerabili ma non a grave rischio, perché negli ultimi anni si sono moltiplicate.
La IUCN, Unione mondiale per la conservazione della natura, ha reso noto i risultati di una verifica sullo stato di salute di questi mammiferi, i nostri cugini che hanno scelto di tornare in mare. In generale, non è una bella immagine: un quarto dei cetacei rischia di sparire da mari, oceani e fiumi. Se per una specie vengono attuati i programmi di salvaguardia, per molte altre poco o nulla si riesce a fare: sono soprattutto i piccoli cetacei che vivono sulle coste e nei fiumi, facili prede delle reti dei pescatori, a rischiare di più.
Se la megattera (Megaptera novaeangliae) e la balena australe (Eubalaena australis) riescono a crescere di numero invece che diminuire, molto si deve alle moratorie sulla caccia e all’impulso dato all’osservazione per diletto dei cetacei, il whale watching. La megattera, in particolare, è una delle specie più spettacolari da osservare perché salta fuori dall’acqua e quando i maschi sono vicini all’accoppiamento si esibiscono in spruzzi e battiti di pinne formidabili. Secondo gli ultimi dati della International Whaling Commission ogni anno sono circa 100000 i turisti che viaggiano per vedere le balene e si prevede che diventeranno almeno 120 mila nei prossimi due anni. Si tratta di un giro di affari allettante, che può convincere anche Paesi cacciatori come l’Islanda a cambiare rotta: solo nell’isola del Nord il whale watching porta un giro d’affari di oltre otto milioni di euro all’anno.
La IUCN sottolinea però che, nonostante i miglioramenti nei programmi di conservazione e di sostegno al whale watching nelle nazioni che hanno finora avuto vantaggi economici dalla caccia, la situazione complessiva dei cetacei è grave. Circa un quarto è considerato minacciato di estinzione e oltre il 10%, nove specie, è classificato nella più alta categoria di rischio. E gli esperti ritengono che la situazione sia in realtà ancora peggiore, perché mancano dati competi per 44 specie, cosa che pone la ricerca in questo campo tra i primi obiettivi delle associazioni per la salvaguardia dei cetacei.
I ricercatori dell’IUCN si dicono sicuri che una volta ottenute maggiori informazioni la situazione apparirà ben peggiore, perché tutto ciò che minaccia i cetacei, cioè la pesca con le reti, il deterioramento dell’habitat, la diminuzione delle prede e i rumori, è in costante aumento. Particolarmente grave è infatti la situazione dei cetacei costieri e d’acqua dolce, come l’Orcaella brevirostris, un delfino che vive nell’Irawaddy, la neofocena (Neophocaena phocaenoides) e la pontoporia (Pontoporia blainvillei) del Sudamerica, tutti vicini all’estinzione. E infatti proprio nei fiumi, negli estuari e lungo le coste è più intensa l’attività umana che minaccia questi animali. I ricercatori ritengono, valutando l’incidenza di questi fattori, che la prossima specie a estinguersi sarà la focena del Golfo di California o vaquita (Phocoena sinus), della quale restano solo circa 150 esemplari. Ma ogni anno nelle reti dei pescatori ne finisce il 15%, cosa che non fa essere ottimisti.

di Cristina Nadotti da La Repubblica.it del 14 agosto 2008

 
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