Il CarruboDalla bilancia dei diamanti alla morsa dell’abbandonodi Francesco Minonne E’ destino di molte cose che hanno avuto un passato importante, ritrovarsi, oggi, ai margini della storia. Lo è per tante macchine e strumenti come per popoli e nazioni; lo è per molte piante e animali utilizzati dall’uomo. Questo è toccato al carrubo, un tempo preziosa risorsa di tutto il Mediterraneo, l’oro nero di Cipro, oggi sporadica presenza nei paesaggi rurali più integri. Questo è toccato a molte piante che la moderna agricoltura raggruppa nei cosiddetti “Frutti minori”. Quello che segue vuole essere l’elogio di uno di questi “frutti minori”, un percorso nella storia, nella tradizione locale, nella botanica, di un albero ancora oggi necessario per l’ambiente ed il paesaggio del nostro territorio. Cominciamo dal nome Il nome scientifico del carrubo (Ceratonia siliqua L.) deriva da greco Keras, che significa corno e dal latino siliqua con riferimento al tipo e alla forma del frutto che, come per tutte le specie della stessa famiglia, è rappresentato da un legume. Il nome comune, invece, deriva dal termine arabo Kharrub da cui Algarrobo, in Spagna, Caroubier, in Francia, Alfarrobeira, in Portogallo e Charaoupi in Grecia. Anche per le regioni italiane è interessante vedere i diversi nomi con cui viene indicata la specie. Così abbiamo Garrubaro o Garrubbo in Calabria, Sciuscella in Campania, Carrua o Carrubbi in Sicilia, Asceneddha in Basilicata e Cornola o Cornula in Puglia. Semi di carrubo e pietre preziose sulla stessa bilancia I semi, di forma lenticolare, duri e lucidi, grazie alla loro relativa uniformità di peso, erano utilizzati, in passato, come unità di misura per metalli e preziosi. In greco erano chiamati Keration e da qui l’origine del termine Carato che ancora oggi si identifica nell’unità di misura del grado di purezza di alcuni preziosi. Dalla storia al mito Nonostante il ruolo nobile prima descritto, anche il carrubo rientra nella lista degli alberi incriminati di aver offerto un ramo per il suicidio di Giuda; nel caso specifico si tratta di una tradizione popolare siciliana che riguarda, più precisamente, il carrubo selvatico. In Siria e nell’Asia Minore, invece, la specie era sotto la protezione di San Giorgio; ancora oggi si possono incontrare chiesette dedicate al Santo, protette dalla rassicurante ombra del carrubo. La sua origine, diffusione e coltivazione Il carrubo è una pianta originaria della Siria e dell’Asia Minore; il suo arrivo in Europa è incerto; alcuni autori sostengono che sia avvenuto nel medioevo, attraverso la Spagna, dove era stato portato dagli arabi. La sua presenza, allo stato spontaneo, in alcune regioni meridionali come la Sicilia, è considerata, da questi autori, un processo di inselvatichimento a partire da forme coltivate. Altri, invece, sostengono che il carrubo ha, in Europa, una storia molto più antica e che la presenza cercedelle forme spontanee e delle tipiche associazioni vegetali con altre piante autoctone, rappresentano una prova dell’indigenato della specie in Italia meridionale In tempi più recenti il carrubo, come altre specie mediterranee, si è diffuso in altre regioni del Mondo: in Sud Africa e in India, portato dagli inglesi, in Australia dagli emigranti mediterranei, in California, Messico, Argentina, Cile grazie agli spagnoli. I maggiori centri di coltivazione rimangono comunque localizzati nel cuore del Mediterraneo. Fino agli anni sessanta l’Italia era uno dei paesi di maggiore produzione, al secondo posto dopo la Spagna, tra i paesi del Mediterraneo. Il crollo della produzione, avvenuto negli anni successivi, è stato inesorabile; la sostituzione con colture più redditizie e, soprattutto, la scomparsa dei piccoli allevamenti familiari nei quali erano utilizzati i frutti per l’alimentazione del bestiame ne hanno sancito il netto abbandono. Il carrubo a Marittima e nel Salento Forse non tutti sanno che nella tradizione popolare di dare ai cittadini di un paese un particolare soprannome comune come Pisiddhari per gli andranesi, Manciacozze per quelli di Vignacastrisi, ecc.. ai marittimesi toccava la nomea di Cornulari. Vetusti carrubi negli oliveti terrazzati lungo la nostra costa sono sempre più il ricordo di raccolte difficili e faticose, di sacchi sulle schiena di contadini che, come capre, salivano e scendevano tra i fazzoletti di terra strappati alla roccia. L’odore dei depositi era penetrante, con i portoni aperti sulla strada dove mercanti e intermediari stagionali facevano visita, alla fine dell’estate, presso le famiglie contadine per contrattare il prezzo e ritirare il carico. Fatta salva la scorta di carrube per l’alimentazione invernale del proprio bestiame, rimanevano le quelle destinate, insieme ai fichi secchi, al mercato dei prodotti per le distillerie. Alcune di queste erano presenti proprio nella nostra provincia; oggi classici esempi di archeologia industriale, producevano soprattutto alcool per la produzione dei liquori. Il più vecchio: il patriarca di Gallipoli Nel comune di Gallipoli tra gli oliveti della masseria Pacciana vive uno dei più antichi esemplari di carrubo d’Italia, certamente tra i più grandi ancora presenti nel Mediterraneo. Come riportano gli autori del libro “Gli alberi monumentali del Salento” questo patriarca arboreo può datare più di 500 anni; con poco meno di 14 metri di circonferenza alla base; nodoso e scavato, dalla chioma ormai sempre più rada presiede, austero ed imponente, un’area dove altre presenze arboree, frutto di vecchi rimboschimenti, rendono l’ambiente di grande interesse e carico di suggestioni. I frutti, i semi, le foglie, i fiori, legno e corteccia: gli usi antichi e moderni. I frutti, per il loro alto contenuto di zuccheri si sono prestati utilmente per la produzione di alcool; nelle distillerie pugliesi la lavorazione delle carrube si alternava a quella dei fichi secchi. Il procedimento usato per la distillazione consisteva nella frantumazione delle carrube, quindi si pressava la polpa ed il liquido ottenuto veniva sottoposto a fermentazione previa l’aggiunta di lieviti specifici. La resa in alcool, variabile a seconda delle varietà, oscilla tra il 20 ed il 25%. Alimento molto gradito agli animali, i frutti del carrubo hanno trovato largo impiego nelle produzione dei mangimi oltre che naturalmente nel consumo diretto, semplicemente sminuzzati, nei piccoli allevamenti familiari. Un interessante utilizzo è quello dell’industria farmaceutica e della medicina popolare. La farina di carrube ha azione antidiarroica; questa azione, spiegano alcuni autori è dovuta ad un triplice meccanismo d’azione: fisico, per il contenuto di idrati di carbonio che hanno la capacità di assorbire forti quantità di liquido; chimico, l’elevato potere tampone della farina che quindi è in grado di combattere l’acidosi nelle enteriti diarroiche; ed infine un’azione chimico-fisica per l’azione adsorbente della farina sulle tossine presenti nell’intestino. Da tale prodotto si sono, quindi, ricavati preparati farmaceutici come “Arabon” ed “Intromycin”. La medicina popolare fa uso diretto dei frutti in un dolcissimo decotto, utile per la tosse e le bronchiti; viene preparato con 5-6 carrube, altrettanti fichi secchi, qualche foglia di alloro e, in alcuni paesi 50 grammi di orzo, il tutto lasciato bollire per mezz’ora in un litro d’acqua. Quello che ne viene fuori è senza dubbio una bevanda dolce e gradevole da provare anche indipendentemente dalla stato di malattia. Dai semi, invece, si ottiene un speciale farina utilizzata nei campi alimentare e farmaceutico per le sue proprietà. Si usava, per esempio, nella fabbricazione di addensanti, emulsionanti, flocculanti, stabilizzanti, in varie preparazioni alimentari e farmaceutiche. Dalle foglie si sono ottenute sostanze tanniche utili per la concia delle pelli. Mentre il legno è utilizzato per lavori di ebanisteria ed anche nella fabbricazione delle barche (chiedere ai maestri d’ascia di Marittima per ulteriori dettagli). Non sono che alcuni dei tanti utilizzi passati, attuali e possibili di cui il carrubo è oggetto; si parla anche di pane di carrube, sciroppo di carrube, surrogato del caffè di carrube, vinello di carrube, liquore di carrube (noto in Turchia con il nome di “Scherbet” ed ottenuto dalla polpa), cioccolato di carrube ecc.., ecc… Biodiversità e conservazione Come in tutti i casi analoghi la riduzione della coltivazione ha determinato la perdita di biodiversità della specie nel senso che sono scomparse o stanno per scomparire molte varietà di carrubo che prima erano diffuse e apprezzate per le loro caratteristiche diverse. Forse non tutti sanno, infatti, che anche per il carrubo si parla di varietà diverse. Giacinto Donno, studioso della piante agrarie della Puglia, ne descrive oltre dieci per questa regione; nomi come “Amele”, “Triggianesca”, “Sottile”, “Grossa” sono certamente scomparsi dal vocabolario comune anche nelle zone dove massima era la coltivazione. Qualora non sia ancora scomparsa la varietà vera e propria è certamente svanita la sua conoscenza e questo è il primo passo per la perdita definitiva delle antiche varietà locali. Ma la perdita più visibile, anche per i non addetti ai lavori, è certamente quella che si esprime a livello di paesaggio. Il carrubo elemento strutturale, insieme all’olivo, al fico, al cappero, dei terrazzamenti costieri, è stato sempre più spesso sacrificato, nei nostri paesi, per far posto al cosiddetto verde ornamentale delle villette a mare. Quel verde anonimo e decontestualizzato in cui dominano cipressi dell’Arizona, Acacie ed Eucalipti australiani, Pini a volontà. Se da un punto di vista strettamente produttivo oggi il carrubo è certamente di secondo piano (si rifletta comunque sui suoi molteplici usi), si può dire altrettanto del suo valore ornamentale? Le forme “arcaiche” del tronco e dei rami, il verde lucente delle foglie coriacee e persistenti, la suggestione della forma e dell’odore delle carrube sospese sull’albero o stese al terreno in un microcosmo di organismi e nutrimento, tra insetti e piccoli roditori che ne fanno incetta non rappresentano che alcuni dei tanti motivi della sua importanza. La conservazione di questa e di altre specie dei cosiddetti “frutti minori” è possibile grazie al lavoro delle istituzioni scientifiche come gli orti botanici soprattutto per il reperimento delle antiche varietà, la conservazione e catalogazione dei semi, il ripristino di ambienti degradati dove la presenza del carrubo era accertata, ma anche grazie all’azione di singoli cittadini che tornando a piantarlo nei loro giardini gli restituiscono il suo grande valore ambientale, paesaggistico e ornamentale. Quale migliore ornamento, infatti, della folta e grande chioma ombrosa sotto la quale riparare uomini e cose dal sole infernale delle estati del Sud? Cresce lentamente? Certo, è la natura di molte specie mediterranee sempreverdi! Ma non fatevi condizionare troppo dagli esemplari che i nostri nonni hanno dovuto coltivare su terre meravigliose ma ostili all’agricoltura, perché, spesso, c’era solo lo scheletro della terra (si pensi a tutt’osse a Marittima). Lo hanno fatto perché pochi alberi riescono a produrre in condizioni tanto avverse, lo hanno fatto perché le terre, quelle buone, non erano loro a possederle. Coltivato dove un buon terreno può ospitare le sue radici, qualche irrigazione di soccorso ed una attenta e curata potatura nei primi anni daranno uno sviluppo non così lento ed un po’ di pazienza sarà compensata sicuramente da un albero importante del giardino dove riporre, nel tempo, ricordi ed emozioni care, la storia stessa della propria famiglia. Parafrasando una nota pubblicità e ricordandoci del compito che in passato hanno avuto i suoi semi, potremmo anche dire, senza tema di smentita, che “un carrubo è per sempre!” Scheda Botanica Specie: Ceratonia siliqua Nome comune: Carrubo Famiglia: Leguminosae Distribuzione: Ovunque nella regione mediterranea, specialmente a Sud. In Italia trova la sua massima diffusione in Sicilia, ma anche altre regioni, come la Puglia, la Sardegna e la Basilicata, vantano una tradizione colturale molto antica. Habitat: Il tipo spontaneo prevale in vicinanza delle coste, nelle macchie termofile dove, insieme all’olivastro, forma una vegetazione particolare chiamata: Oleo-Ceratonion. Descrizione: Albero sempreverde con rami espansi, robusti, rigidi, nodosi e tortuosi. Le foglie sono sempreverdi, lucide e coriacee, alterne, con rachide rosso-vinosa. I fiori, poco appariscenti senza petali, attaccati direttamente al tronco e ai rami, rossastri, sono riuniti in piccoli racemi quasi sessili, ascellari. A seconda della struttura dei fiori si possono distinguere piante maschili, femminili ed ermafrodite. Quelle che hanno avuto maggiore importanza per la produzione dei frutti sono naturalmente le piante femminili, mentre gli individui maschili o ermafroditi fungono solo da impollinatori. Il frutto è un legume compresso, atropurpureo-nerastro, lucido ed arcuato; la polpa è densa, farinacea, dolcissima. |
Note: Articolo Pubblicato su “L’Arenosa” Bollettino del Circolo Cittadino Ricreativo “Arenosa” di Marittima. Tutti i diritti sono riservati a norma di legge e a norma delle convenzioni internazionali. E' rigorosamente vietata la riproduzione, anche parziale, di testi e foto.
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