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Fiera e civiltà contadina

La valorizzazione delle colture locali come antidoto all’omologazione

di Francesco Minonne

 

 

 

La fiera della Madonna di Costantinopoli rientra, a pieno titolo, nelle importanti manifestazioni del “calendario agricolo” del basso Salento. Certo, sarebbe più esatto dire “rientrava”, ma l’uso del verbo al presente ha un valore reale se si vuole pensare non solo alla conservazione degli aspetti culturalmente autentici della civiltà contadina, ma anche alla possibilità che nuove prospettive, d’interesse agrario e culturale, si aprano all’interno della ricorrenza della prima domenica di marzo.

Se da un lato la Fiera di S. Antonio, ricorrente il 17 gennaio e festeggiato in diversi comuni del Salento, sanciva la chiusura dell’annata agraria con la bruciatura dei sarmenti e degli altri prodotti di potatura (focàre di S. Antonio), altre fiere aprivano il nuovo anno con la vendita degli attrezzi agricoli, del bestiame, degli ortaggi invernali delle sementi ed infine degli alberi da frutto, ancora in riposo e pronti per essere messi a dimora nei terreni, arati con cura, nell’attesa delle copiose piogge di fine inverno.

Nel basso Salento il primo appuntamento è rappresentato dalla Fiera di S. Ippazio a Tiggiano, il 19 gennaio, al quale segue la Fiera della Candelora a Specchia (2 febbraio), di S. Biagio a Corsano (3 febbraio) e quindi la Fiera della Madonna di Costantinopoli a Marittima.

Un elemento molto interessante, che queste prime ricorrenze dell’anno avevano in comune, era rappresentato dalla vendita in gran quantità delle pistinache, una varietà locale di carota, di forma conica, molto lunga e con colorazione intensa che va dal giallo-arancione a diverse gradazioni del viola. Di sapore dolce, semplicemente squisita, consumata fresca, questo tipo di carota è assolutamente introvabile nel comune mercato agricolo, sempre più monopolizzato dalle grandi multinazionali delle sementi, lontane anni luce dalle singole realtà locali.

Fortunatamente questo prodotto, di assoluto pregio varietale e culturale, ha trovato la sua “arca di Noè” nel paese di Tiggiano dove, in occasione della fiera già citata, è venduta insieme alle scìscule (giuggiole), dai contadini della zona e dei paesi vicini che le producono per la ricorrenza.

Il mantenimento di questa tradizione è dovuto principalmente alla forte devozione per il patrono, Santu Pati, protettore delle ernie inguinali e degli organi genitali maschili; la pistinaca e le scìsciule sono qui riconosciuti elementi simbolici della fertilità e virilità maschile, invocate al Santo qualora queste componenti venissero a mancare. Non si può tornare dalla Fiera di Santu Pati senza portare a casa un po’ di giuggiole ed un po’ di carote!

Sia pur con altro approccio e con minore intensità, la tradizione delle pistinache si è mantenuta ancora in occasione della Candelora a Specchia ed in pochissimi altri centri del Capo di Leuca.

Non se ne vedono più a Marittima e dovrebbero tornare!

Una connotazione particolare che la nostra fiera assumeva negli anni passati, era quella di rappresentare l’ultima occasione per rifornirsi degli attrezzi e materiale necessario prima di partire “alli tabbacchi”. La “grande migrazione”, una vicenda umana che ha coinvolto tante famiglie dei paesi del Capo di Leuca disperse nelle grandi masserie dell’arco jonico, tra Puglia e Basilicata, (Ginosa, Montalbano jonico, Bernalda ecc…) o delle murge baresi (Gravina, Poggiorsini, Altamura ecc..), cominciava subito dopo la Candelora con la partenza degli uomini che andavano, per qualche settimana, a preparare le “ruddrhe” (semenzai); alla fine di aprile (dopo S. Vitale) ripartivano con l’intera famiglia, fornita di tutte le masserizie, animali compresi, necessarie per i mesi di assenza.

Oggi la fiera della Madonna mantiene ancora il suo fascino, la magia dei grandi spazi e dei momenti d’incontro, dove la gente si saluta, si urta, scambia pareri sui prodotti, contratta sul prezzo (e che contrattazioni ai tempi in cui arrivava tanto bestiame!); l’aria satura degli odori forti delle spezie, dello scapece, delle olive in salamoia, dei formaggi e salumi appesi, la bella mostra degli attrezzi agricoli col legno nuovo ed il metallo appena temprato.

Come altre manifestazioni simili, rischia, tuttavia, di svuotarsi dei suoi tratti più autentici, di diventare sempre di più il “mercatone” delle cose comuni, rinvenibili ovunque, senza alcun legame con il territorio. L’omologazione dei mercati rischia di diventare, in queste occasioni, ancora più distruttiva col rischio di perdita di tutte le peculiarità del luogo, in quella determinata data, che sono l’essenza stessa della ricorrenza.

D’altra parte, se appare improbabile il ritorno nostalgico di tutte le vecchie tradizioni legate alla fiera, è auspicabile, però, che essa non perda il suo valore profondo e, laddove possibile, recuperi il rapporto con una realtà agraria come la nostra. Il rapporto con la terra, pur non rappresentando più il principale fattore di sostentamento, è ancora sentito con forte senso d’appartenenza e profonda passione.

Quale migliore occasione, allora, per rilanciare le nostre vecchie varietà di ortaggi e di piante da frutto, le piccole produzioni che nelle sole quattro fiere citate potrebbero trovare il loro spazio di mercato. Le cicore di Galatina, pronte per il consumo, le Mascialore pronte invece per essere piantate e raccolte poi a maggio, le piantine di pomodori di Morciano, assoluta primizia, molto ricercati perché già maturi ai primi di maggio, le viti innestate di uva a cannallini (Pizzutello bianco), uva brunesta (Prunesta), utilizzate per gli stupendi pergolati che, davanti alle case, bianche di calce, offrivano piacere per lo sguardo e riparo dall’insopportabile calura estiva: sono solo alcune delle varietà una volta certamente presenti nella nostra fiera.

Si pensi anche agli alberi da frutto con le molteplici varietà di Pero, Susino, Olivo, d’Agrumi ecc…

Cominciamo a chiederne la provenienza, facciamo i nomi delle varietà che ricordiamo con piacere, perché vivaisti sensibili comincino (in alcuni casi lo stanno già facendo) a riprodurre quelle autoctone.

Recuperare e conservare le vecchie varietà significa valorizzare il patrimonio antropologico relativo a tutti gli aspetti della cultura materiale legati alle forme di coltivazione della terra, al paesaggio agrario, alla produzione ed al consumo del cibo. L’erosione genetica (diminuzione del numero di varietà coltivate) ha determinato una drammatica restrizione dietetica, gustativa e culturale di ciò che passa nell’alimentazione comune.

Da un punto di vista ecologico, la perdita irreversibile di diversità biologica in ambito agrario porta alla scomparsa di organismi, animali e vegetali, perfettamente adattati ai fattori ambientali del luogo a vantaggio di altri, provenienti da realtà agricole di grande scala, agronomicamente molto esigenti e non sempre capaci di dare, nella nostra zona, la produzione o la qualità attese.

La tutela della biodiversità agraria s’impone, quindi, a diversi livelli ma un vero recupero non è possibile senza il coinvolgimento diretto dei consumatori che, con le loro scelte coerenti ed informate, possono contribuire a modificare gli indirizzi di mercato.

La fiera può offrire, in questo senso, una nicchia privilegiata dove i bisogni più critici possono essere soddisfatti.

E’ qui che l’incontro con le proprie origini è ancora possibile, la prima domenica di marzo, per la strada, tra la folla.

 

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